Germoplasma Viticolo Portinnesti

GIANFRANCO TEMPESTA
MONICA FIORILO
INDICE DEL CAPITOLO

1 VIVAISMO VITICOLO E FILLOSSERA

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Le prime notizie sulla fillossera si fanno risalire al 1560 quando i colonizzatori spagnoli tentarono senza successo la coltivazione e vinificazione di vitigni autoctoni in Florida; prove simili furono ripetute nel 1769 dai francesi nell’Illinois con risultati disastrosi.

Le navigazioni transoceaniche e gli scambi di specie animali e vegetali fra i continenti, ne è esempio la migrazione di cavalli, bovini e grano dell’Europa all’America e tacchini, pomodori e patate, e infinite altre specie introdotte dall’America all’Europa, hanno stravolto gli equilibri naturali preesistenti. Così l’arrivo di specie alloctone ha contribuito a risolvere molti dei problemi alimentari del Vecchio Mondo ma ne ha veicolato le relative avversità.

“Uno spettro si aggira per l'Europa: lo spettro della fillossera” Quando Marx ed Engels pubblicarono il loro manifesto per il comunismo (1848) aleggiava già lo spettro della fillossera, il flagello più devastante che la vite abbia subito nel tempo.

La fillossera, come nel caso delle epidemie di peronospora della patata in Irlanda, ha provocato infestazioni talmente distruttive al punto tale da far temere la scomparsa della specie, cioè i millenari vigneti di Vitis vinifera e conseguentemente la migrazione di intere popolazioni umane ridotte in miseria.

I danni erano tali che lungo le strade, si vedevano circolare dei grandi carri carichi di ceppi morti che si portavano al rogo. La soluzione, come vedremo, consisterà nell’utilizzare i vitigni americani appropriati, coltivati come portinnesto, che permetteranno così di ricostituire la viticoltura.

L’emergenza, la gravità e la rapidissima diffusione del parassita hanno richiesto una molteplicità di studi, ricerche, risposte e soluzioni pratiche. Non più flagello divino, non più cause trascendentali ma, grazie alle nuove conoscenze basate sul metodo scientifico, la coscienza di essere “invasi” da un minuscolo essere vivente responsabile di tali disastri.

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La filosofia del Positivismo, la nascita delle accademie, furono l’humus culturale favorevole alla soluzione del problema. L’iniziale risposta al diabolico afide basata su metodi fisici quali la sommersione dei vigneti, o chimici (solfuro di carbonio e altri) non sempre fornirono soluzioni efficaci e continuative, moriva la fillossera ma anche la vite, orientando così la ricerca nel campo della genetica e della ibridazione.

In occasione del Congresso di Beaune del 1869, Laliman ipotizza nella vite americana un alleato valido per la resistenza alla “peste”. Le conclusioni si basavano sul fatto che tanto la vite (Vitis spp. esclusa Vitis vinifera) del Nuovo Mondo quanto la fillossera avendo origini comuni (co-evoluzione) convivevano e si tolleravano.

Come in altre emergenze una volta dimostrati i risultati positivi occorreva arrivare all’utilizzo pratico e generalizzato dei rimedi individuati adattandoli ai diversi ambienti, terreni, varietà e metodi di coltivazione. Presero forza due ipotesi e pratiche di ricerca. La prima indirizzata alla costituzione di vigneti con specie ibride resistenti all’attacco della fillossera radicicola; la seconda, con l’utilizzo di piante bi-membri ove l’apparato radicale fosse di specie resistente all’attacco dell’afide e quindi di provenienza americana, mentre la parte aerea era della specie vinifera.

La strada dell’ibridazione fu feconda di innumerevoli ottenimenti da parte di Seibel, Seyve Villard, Baco, ecc. per citarne alcuni; essa trovava strenui estimatori tanto che in un congresso internazionale sull’ibridazione, tenutosi a Lione nel novembre 1901, P. Castel confermando l’opinione del Pulliat chiuse la Foto3sua relazione con queste parole: “L’avvenire, noi siamo convinti, appartiene alle viti da seme, ed il periodo della ricostituzione coll’innesto non resterà che un’epoca penosa e passeggiera…(1). La tesi che l’ibridazione artificiale fosse la soluzione a questo e ad altri problemi, era già difesa dal prof. Lecoq nella monografia del 1827 dove così si esprime: “Non si comprende che una pianta cosi importante, qual è la vite, non abbia dato luogo a degli incrociamenti razionali, operati con cura sulle numerose varietà sue. Ne sarebbero risultate, senza dubbio, delle nuove razze che, diffondendosi con la coltivazione, avrebbero presentato, ciascuna, delle qualità e dei vantaggi particolari”. Tesi che oggi riverbera quale soluzione ai problemi creati dalla difesa di Vitis vinifera dai comuni patogeni e fitofagi sull’impatto ambientale, grazie all’utilizzo di caratteri di resistenza alle ampelopatie attraverso sangue siberiano, da Vitis amurensis, non portatore delcarattere “foxy”.

La strada dell’ibridazione interspecifica è stata abbandonata, a partire dalla seconda metà del secolo scorso, in quanto i vini ottenuti non rispondevano alle qualità richieste e, soprattutto, modificavano l’identità di produzioni le cui valenze si fondano tuttora sul patrimonio storico e culturale.

La tecnica dell’ibridazione è stata utilizzata per ottenere portinnesti con caratteristiche di adattabilità ai diversi pedoclimi e con facilità di radicazione per permettere la moltiplicazione per via vegetativa; essa era difficile per Vitis Berlandieri ma il problema venne risolto con l’ibridazione tra specie americane.

Il contributo della ricerca internazionale alla soluzione del problema deve molto ai ricercatori francesi quali Planchon, Millardet, Foex, Viala, Ravaz, Pulliat, Courderc, ecc.; austroungarici come Teleki, Kober; agli italiani Paulsen, Ruggeri, Cosmo e tanti altri.

Dal lavoro di questi benemeriti ricercatori si sono ottenuti innumerevoli portinnesti; di questi, 39 sono iscritti al Registro Nazionale delle Varietà di Vite - Sezione: IV - Vitigni per Portinnesto.

(1) D. Cavazza (1923). Viticoltura in Nuova Enciclopedia Agraria Italiana. Parte Quinta Coltivazioni Speciali, UTET Torino

 

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