Vivaismo Viticolo Italiano

GIANFRANCO TEMPESTA
MONICA FIORILO
IL VIVAISTA VITICOLO PROFESSIONALE

Nella filiera vitivinicola, il vivaismo può essere visto come l’inizio di una catena formata da diversi anelli, che finiscono nei calici di vino presenti sulle nostre tavole.

Quest’immagine è il risultato di un mondo complesso che inizia con la produzione delle piante (le nostre barbatelle innestate) per dare vita ad un vigneto, ai grappoli d’uva, ai mosti, e infine al vino: quel “simbolo” che ci attende invitante sulla nostra tavola. Non dobbiamo dimenticare che, per produrre questo elisir, è necessario altresì affrontare un mondo burocratico estremamente complesso che rende la sua produzione tutt’altro che semplice.

Foto2Mentre la produzione delle bevande industriali competitrici (acque, birre, superalcoolici…) possono contare su numeri e margini sostanziosi grazie a più cicli produttivi per anno, il settore vitivinicolo si ferma a uno. Uno il ciclo di produzione annua, uno l’anno di cui le talee hanno bisogno per convertirsi in barbatelle, cioè piante con la potenzialità di diventare ceppi di un vigneto, una la produzione annua di uva e vino; una la possibilità di prevedere la combinazione varietà-portinnesto per un mercato in cambiamento.

La peculiarità del mercato vivaistico è il rapporto diretto con il cliente. Un rapporto di comunicazione eclettico che può instaurare un dialogo con le diverse frazioni sociali della filiera vitivinicola, da quelle che costituiscono ancora importanti testimonianze del mondo arcaico, passando per quelle che si muovono negli ambienti della speculazione, fino ad arrivare a quelle che cercano di costruirsi un’immagine rispettata e riconosciuta attraverso titoli di nobiltà e notorietà.

Solo gli anni conferiscono al vivaista una professionalità completa, che gli permette di interpretare correttamente le aspettative della filiera, apparentemente statica e radicata nei propri valori, ma in realtà estremamente dinamica e competitiva.

foto2Il vivaista ideale deve avere una formidabile cultura generale, unita ad una memoria storica e specifica del settore. Deve conoscere molto bene le caratteristiche dell’area (terroir) dove saranno messe a dimora le sue barbatelle, le varietà che produce, le tendenze del mercato; all’occorrenza deve saper diventare un consigliere per il cliente indeciso incapace di districarsi tra le mode del momento e le opinioni degli esperti, che mancano spesso di lungimiranza.

Il buon vivaista è l’alter ego di un bravo consulente enologico, poiché entrambi conoscono l’evoluzione del prodotto nel tempo: il primo è in grado di prevedere come si evolverà in futuro la viticoltura, il secondo di immaginare le potenzialità del suo vino nei decenni a venire.

Un vigneto ha bisogno di persone capaci, che conoscono la realtà della filiera e le sue prospettive di sviluppo. Non dobbiamo dimenticare che la sua durata è intorno ai 25 anni, quindi la barbatella è un bene capitale e cioè un bene sul quale si investe a lungo termine.foto1

 

In conclusione, il vivaista deve avere passione per il suo mestiere ed essere contemporaneamente un artista, un poeta, un visionario per poter consigliare al meglio il cliente; in pratica, una figura professionale dalle molteplici sfaccettature che ha pochi eguali!

 

 

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