CAP V GERMOPLASMA MARZE

I vigneti hanno una bellezza che solo la natura può dare, una bellezza dai colori cangianti, che muta con il trascorrere delle stagioni. Insieme all’architettura umana formano e tappezzano aree che, nel caso dei “distretti”, sono omogenee e ben strutturate; altri vigneti, invece, vengono distanziati e creano linee che appaiono all’orizzonte come strade infinite da percorrere.

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Anche al viticoltore si pone innanzi un orizzonte di scelte, di strade da intraprendere con gioia o sofferenza: quale retaggio scegliere e tramandare? Quale barbatella innestata mettere a dimora per dar frutto alle generazioni future? Quali varietà, quali popolazioni e quali cloni?

La scelta a volte può essere autonoma, oppure guidata dagli opinion leader o dalla moda.

Abbiamo già evidenziato (capitolo III) che la trasformazione della viticoltura da promiscua a specializzata è recente, questa evoluzione ha comportato la necessità di confrontarsi con quello che, in economia, è definito “produttività dell’investimento” che, in estrema sintesi, si può esprimere con la migliore qualità dei vini con denominazione e/o maggior quantità per quelli da tavola. Questi obiettivi sono stati felicemente perseguiti da “ampelografi calcaterra” partendo da selezioni massali dapprima negative, poi positive. Fra questi selezionatori ricordiamo Italo Cosmo, Giovanni Dalmasso, Giulio Ferrari, Luigi Manzoni, Alberto Pirovano, i cui ottenimenti sono stati alla base delle selezioni clonali successive. Questi ricercatori sapevano discriminare, grazie alla loro lunga esperienza, quali espressioni fenotipiche erano frutto dell’ambiente e quali proprie della popolazione o del singolo ceppo, cioè genetiche.

Il loro approccio era mirato a mantenere la variabilità genetica – oggi definita “policlonalità” – importante per la salvaguardia di tutte le espressioni della varietà.foto2

Ciascuna varietà presenta una propria variabilità in funzione dell’ampiezza della popolazione, dell’estensione dell’area di coltivazione e della pressione selettiva operata dall’intervento umano. Nel caso dei principali vitigni italiani, questa variabilità si presentava e si presenta molto ampia dato che il Vigneto Italia ha origine nella viticoltura promiscua; così, Sangiovese n., Trebbiano toscano b., Nebbiolo n. e Barbera n. presentano, come tanti altri vitigni, un’enorme variabilità di caratteri, che può essere raffigurata con una curva gaussiana di base molto ampia, dalla quale si possono trarre linee clonali differenti.

La specializzazione della viticoltura porta inevitabilmente ad una concentrazione dei nemici della vite. Vigna su vigna, vite su vite, pratica obbligatoria per mantenere le plusvalenze derivanti dal territorio (cru), ha favorito la concentrazione di nematodi, piccolissimi vermi vettori di virus, responsabili della trasmissione della virosi denominata “degenerazione infettiva” apparsa dapprima in Francia, nazione da sempre a viticoltura specializzata e, poi, in Piemonte patria della viticoltura specializzata del Vigneto Italia.foto3

L’eziologia e la natura virale di questa ampelopatia fu trattata scientificamente, per prima volta, in occasione del Congresso OIV di Lisbona, nel maggio 1962 all’interno della sessione “malattie da virus della vite o virosi della vite”. Da questo l’importanza che le selezioni del materiale di moltiplicazione della vite siano mirate, da un lato, alla qualità agronomica ed enologica e, dall’altro, all’assenza di complessi virali dannosi. Questa importante tematica sarà approfondita nel capitolo X relativo al processo di clonazione codificato e regolamentato.

Attualmente il viticoltore ha la possibilità di scegliere le barbatelle innestate per la piantagione fra un ampio ventaglio di materiali offerti dal mercato vivaistico sia per i nuovi impianti, sia per il rinnovo di quelli estirpati.

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GIANFRANCO TEMPESTA
MONICA FIORILO

Lettura critica:
PAOLO ANTONIAZZI

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