Cap XI - CANTINE ITALIA - L’ITALIA DEL VINO E LE AZIENDE IMBOTTIGLIATRICI

“Vicino al villaggio di Areni, nella stessa grotta dove è stata rinvenuta una scarpa in pelle straordinariamente ben conservata risalente a 5.500 anni fa, gli archeologi hanno rinvenuto una pressa per l'uva, recipienti per la fermentazione e la conservazione del vino, coppe nonché resti di graspe, semi e bucce.”

Grotta Karayr – Armenia
National Geographic (2011)

 

1.- PREMESSA

Fino agli anni cinquanta del XX secolo, la civiltà del vino viveva di una millenaria stratificazione e codificazione. Il vino era una bevanda dai contenuti mitici e simbolici per tutti gli strati sociali che, alla caduta dell’impero di Roma, si suddividevano in Oradores (classe religiosa), Belladores (classe politica dominante) e Laboradores (il popolo).

Foto1Il vigneto, come molti dei lettori ricorderanno, era presente in ogni proprietà fondiaria, anche piccola, in quanto il consumo di vino era parte di una cultura radicata nella nostra Società. A partire dagli anni sessanta e nei decenni successivi si è verificato un cambiamento epocale che ha rivoluzionato la società nei rapporti interpersonali, nell’immaginario collettivo e negli stili di vita pur mantenendo, nell’insieme, il modello della cultura greco-latina mediterranea.

In quella civiltà, ora improponibile, il ritmo della vita era scandito dall'alternarsi delle stagioni e la famiglia aveva stretti rapporti di parentela e di comunità dando luogo a piccole patrie (Heimat). Da qui si sono sviluppate, storicamente, le diversità dei comportamenti, delle strutture sociali ed economiche che sono divenute matrice della civiltà contemporanea.

Nell’analisi delle diversità di tradizioni civiche nelle Regioni italiane, Putnam (1) presenta un'Italia spaccata in due. Al nord l’Italia dei comuni e delle città murate, al sud dello stivale il dominio delle baronie, con i loro castelli e latifondi. Nell’Italia settentrionale i Laboradores, erano anche viticoltori; nell’Italia meridionale la viticoltura, quella dei castelli con i Belladores e dei monasteri con gli Oradores, era estensiva.

pic2Questa società agricola con modalità e strumenti di produzione arcaici tramandati da millenni, come ben evidenziato nell’Enciclopedia di Diderot e D’Alembert (2) , viveva di un’economia curtense e grazie alla trasmissione orale delle competenze.

Secondo i fisiocratici, attivi nel XVIII secolo, le basi dell’economia, rappresentate dalla produttività e dall’occupazione erano prevalentemente frutto di quello che oggi si chiama il settore primario cioè l’agricoltura.

Su questo mondo statico, interviene nell’Ottocento la cosiddetta rivoluzione industriale, i cui prodromi erano già presenti nei borghi (borghesia) della civiltà tardo medioevale e rinascimentale europea. L’avvio e l’accelerazione di questo processo è stato preceduto dal fenomeno del commercio marittimo che, dal XVI al XVIII secolo, abbandonò gli scambi a breve raggio, per estendere i commerci al mondo intero grazie alle cocche (3) e all’estensione delle vele.

La rivoluzione in campo energetico avviata da Watt, applicata ai telai meccanici, ai trasporti ferroviari e alla nuova costruzione di navi con scafi in acciaio (Sheffield e Krupp), ha accelerato la storia e gli scambi mondiali.

E il vino come si colloca in questa rivoluzione?
pic3La civiltà dei remi e delle vele, di origine greca, fenicia, cartaginese, romana, e anche quella delle repubbliche marinare italiane, realizzava scambi limitati e solo per via fluviale e marittima. Per questo da Marco Aurelio Probo (imperatore romano dal 276 al 282 d. C.) in avanti emerge la necessità di una viticoltura in loco.

Secoli più tardi, per simile motivazione, nascono le viticolture coloniali: i gesuiti con le loro reducciones o misiones, francescani e dominicani con insediamenti in nuce, cioè in embrione, che sono stati la matrice delle attuali viticolture americane.

Il moltiplicarsi dei commerci e dei velieri sono da stimolo a prodotti vinosi energetici quali Porto, Jeréz e Marsala.

Questo insieme di realtà a diversa evoluzione storica, non lineare, è la matrice degli attuali modelli, ad esempio: la viticoltura veneta è molto simile a quella catalana eredi del pago; Linguadoca e Castiglia-La Mancia sono confrontabili in quanto originatesi dal modello baronale-latifondista. La Borgogna, nonostante l’Albero della Libertà (simbolo della rivoluzione francese) e la distruzione di Cluny e Cîteaux, legata anch’essa alla rivoluzione del 1789-1791, mantiene ancor oggi con la Champagne modelli vitivinicoli elitari.

L’Aquitania (Bordeaux), conquistata dalle Drakkar (navi) dei normanni (Plantageneti), fornitrice privilegiata della terra inglese, per un lungo periodo ha mantenuto quasi il monopolio del commercio mondiale dei vini contribuendo alla rinomanza dei vitigni biturici (Merlot, Cabernet-Sauvignon, Cabernet franc e altri).

Quasi come nemesi storica, infine, è da segnalare che i discendenti dei vichinghi-normanni, distaccatasi dal Vaticano con Enrico VIII (in seguito allo scisma anglicano), sono la matrice delle viticolture del sud del mondo (Australia e Sud-Africa).

 

(1) Putnam Robert D. (1933).” La Tradizione Civica nelle Regioni Italiane”. Ed. Arnoldo Mondadori. Milano

(2) Diderot & D’Alembert (1751 - 1780) “Encyclopédie, ou dictionnaire raisonné des sciences, des arts et des métiers”

(3) Una nave medievale a vela, di forma rotonda, che seguì il periodo della navi a propulsione mista - remi e vele.

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GIANFRANCO TEMPESTA
MONICA FIORILO

Lettura critica:
PAOLO ANTONIAZZI

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