L’Italia del Vino e delle Cantine

GIANFRANCO TEMPESTA
MONICA FIORILO - MAURO CATENA

2.3. Serie statistiche delle DO

FIG1I dati del presente lavoro, sintetizzati nelle tabelle 5.5 Evoluzione delle Do italiane nel Menu serie statistiche delle Do, permettono di seguire lo sviluppo per regione delle differenti DO, riconosciute con Decreti presidenziali o ministeriali all’interno del comparto “Vino”. Essi provengono da fonti diverse quali: il “Codice delle Denominazioni di Origine dei Vini” pubblicato periodicamente dall’Unione Italiana Vini, e altri quali l’ISMEA, l’ISTAT, FEDERDOC, AGEA, Valoritalia e altri enti di certificazione.

Le serie statistiche dei dati, spesso non sono confrontabili in quanto variano per volumi differenti secondo le fonti; discrepanze facilmente rilevabili ed evidenziate nel presente elaborato. Per gli anni 2012 - e seguenti, le serie confrontano il vino “atto a” con quello “certificato”, e quello “imbottigliato”, in base ai dati forniti dagli enti incaricati del controllo.

Per ogni Regione e per ciascuna DO vengono riportati i dati salienti delle produzioni in ettolitri con le relative rappresentazioni grafiche che ne evidenziano le linee di tendenza. Sono indicate inoltre le superfici dichiarate ai relativi albi dei vigneti, esse sono di orientamento per delineare l’evoluzione delle diverse Denominazioni.

Le regioni del nord Italia vedono i dati AGEA – meno Liguria e Val d’Aosta – superiori a quelli ISTAT, in quanto i primi includono vini, mosti e MCR di altre regioni.

Nell’ Italia centrale il dato produttivo ISTAT è superiore a quello AGEA, probabilmente per produzioni inferiori al dichiarato.

Nelle regioni del sud – meno Puglia e Sicilia –i dati ISTAT sono superiori a quelli AGEA in quanto includono l’autoconsumo.

In ogni scheda è presentata un’analisi che mette in luce gli aspetti principali di forza e debolezza.

Puglia e Sicilia sono difficilmente interpretabili.

Altrettanto si può affermare per le superfici a vigneto che, di volta in volta, passano da “iscritta”, a “riferimento”, a “equivalente”, a “rivendicata,” a “certificata”; quest’ultima è sicuramente la più affidabile in quanto definisce il reale “utilizzo” della DO da parte di chi effettua l’imbottigliamento e quindi la vera valorizzazione del vino immesso al consumo.

Fin dai suoi primi vagiti, l’OCM vino Reg CE n 24/62 prevedeva la creazione di un inventario viticolo col quale gestire le politiche di sostegno del settore. Ovviamente la sua realizzazione venne procrastinata negli anni perché nell’incertezza dei numeri potessero prosperare piccole e grandi illegalità che hanno caratterizzato, sia in senso geografico che per tipo di impresa, trasversalmente e longitudinalmente il paese.

La revisione della PAC e la necessità di contenerne i costi, ha ridimensionato la politica di sostegno dei prezzi (distillazioni e stoccaggio) a vantaggio del controllo del potenziale produttivo, della politica della qualità e dello sviluppo rurale.

Finalmente, dopo diversi tentennamenti, l’Italia ha modificato radicalmente (DL 61/2010) la gestione del sistema vitivinicolo nazionale creando una banca dati informatica definita Schedario vitivinicolo (integrata nel SIAN Sistema Informatico Agricolo Nazionale) in cui i dati delle vecchie denunce fatte sulla base catastale dal produttore, venissero confrontati con un sistema di rilevamento satellitare (GIS) di più certa attribuzione.

Tale sistema contiene non solo i dati del potenziale produttivo riferito al singolo vigneto (superfici, varietà, caratteristiche tecniche dei vigneti, diritti di impianto), ma anche i prodotti che da esso si possono ottenere; lo schedario comprende anche gli albi dei vigneti a DO e l’elenco delle vigne a IG ed è collegabile alle rivendicazioni annuali di produzione.

Ogni produttore è collegato a tale banca dati tramite il fascicolo aziendale che comprende i dati riferibili alla sua azienda agricola. Naturalmente il dato non è fisso nel tempo, ma modificabile dal produttore che può iscrivere nuove superfici (per acquisto di diritti – concessioni o per espianto di superfici equivalenti), rivendicare e certificare queste alle denominazioni possibili su quell’ appezzamento. In tali passaggi l’ultimo è dunque quello più affidabile perché relativo a certificazione avvenuta.

Da annotare che, a volte, l’imbottigliamento è preceduto da affinamento per più anni e perciò i dati dell’imbottigliamento non sono confrontabili (Brunello, Barolo, Chianti ecc., ecc.) con produzioni annuali.

D’altra parte, la superficie iscritta nei relativi albi va considerata indicativa in quanto lo stesso vigneto può avere più rivendicazioni.

È evidente come i territori in possesso di una viticoltura strutturata e riconosciuta storicamente, sia dal mercato domestico che estero, mantengono così una collezione di DO consolidate nel tempo; viticoltura che identifica l’Italia con vini di eccellenza, quali: Barolo, Brunello di Montalcino, Chianti Classico, Soave, Valpolicella, ecc.

Il mutato e nuovo tenore di vita, il cambiamento dei valori sociali e le buone politiche commerciali hanno aperto nuovi spazi e potenzialità per una viticoltura che, seppur già conosciuta, ha ancora possibilità di espansione con volumi crescenti ed “exploit” raramente rilevati nella storia delle viticolture mondiali; ne è esempio il già citato successo dirompente del vino Prosecco, gradito anche alle nuove generazioni e che ha visto l’espansione  della sua superficie con un incremento di oltre il 300% dal 2000 al 2015.

Le viticolture regionali deboli, caratterizzate da DO con massa critica insufficiente – Calabria, Basilicata, Campania, Sardegna, Molise, Umbria, Marche, Lazio, Liguria – sono obbligate ad una aggregazione a rete da parte delle imprese che utilizzano le loro Denominazioni; solo modo questo per acquisire un’immagine sul mercato e difendere il territorio e la tradizione.

Alcune regioni italiane, nonostante l’estesa superficie a vigneto, non presentano DO importanti e affermate avendo orientato la politica alle IGP o a vini commodities e fra queste spiccano Puglia e Sicilia.

In conclusione, si ritiene che il futuro delle DO sarà determinato dal grado di consapevolezza raggiunto dai viticoltori coscienti del fatto che solo la difesa delle tipicità, rappresentate dal territorio, dal proprio lavoro e dalle loro decisioni, può dare quelle plusvalenze riconosciute nel “goodwill”, valore del marchio collettivo di qualità (identificabile con la Denominazione di Origine).

Una sintesi della situazione nazionale è ben illustrata nella tabella 5.14 Le DO e IG più rappresentative (>100.000 hl) a confronto che riporta le denominazioni e indicazioni più importanti come massa critica (produzione annuale superiore ai 100.000 hl). Alcuni numeri danno la misura della dispersione delle nostre denominazioni (il 9% delle DO rappresentano quasi l’80% dei vini a denominazione, mentre il 13,5% delle IGT pesano per il 94% della categoria) e della conseguente difficoltà ad essere riconosciute e quindi memorizzate dal consumatore ad esclusione delle 36 DO e 16 IG evidenziate nella tabella.

Tabella5_14


Se si considera che ogni regione investe quasi tutte le sue risorse dedicate alla promozione dei vini verso queste categorie, viene spontaneo chiedersi qual è l’utilità di tanto denaro pubblico che si riparte in mille rivoli con messaggi ripetitivi e a volte concorrenziali tra le varie istituzioni (Assessorati regionali, Camere di Commercio, Consorzi di tutela, Enoteche regionali ecc..).

Tale classifica risulta confermare come la categoria dei vini IG sia ben rappresentata lungo la penisola e sia propedeutica ad una evoluzione positiva verso la DO.

Tra le DO si conferma il primato del Prosecco con grande distacco dalle altre denominazioni e il Veneto con 10 denominazioni, come territorio dominante.

Il Piemonte segue con 6 denominazioni e la Toscana si piazza in classifica con la denominazione più antica (Chianti) e diffusa sul suo territorio. Queste tre regioni rappresentano da sole il 73% del vino a DO prodotto in Italia e a buon diritto sono le aree più note all’estero.

Nelle posizioni successive si distingue l’Emilia Romagna con: Lambrusco, Pignoletto e Sangiovese, mentre il Trentino Alto Adige compare in classifica mostrando il più invidiabile indice distintivo tra ampiezza del territorio (modesta) e notorietà enologica (alta).

La tabella indica tuttavia come l’Italia vitivinicola sia a vocazione nordista e quanto cammino devono fare le altre regioni per distinguersi in un settore in cui la visibilità è ragione di successo. Indica inoltre che, per alcune di esse, vi sono vitigni bandiera da difendere e potenziare (Vermentino, Verdicchio, Montepulciano, Primitivo e Cannonau) perché la loro eventuale crisi rappresenterebbe la perdita di un intero territorio.

 

 

 

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