L’Italia del Vino e delle Cantine

GIANFRANCO TEMPESTA
MONICA FIORILO - MAURO CATENA
INDICE DEL CAPITOLO

2. VINI A DENOMINAZIONI DI ORIGINE: VALORI E SFIDE

2.1. Il vincolo delle DO al territorio e alla tipicità

La rinomanza e valorizzazione dei vini ha radici antiche tanto che i Romani distinguevano i vini dal “pago” d’origine; il Falerno, il Cecubo, l’Albano, il Rheticum, il Pucinum ne sono esempio.

Mape Vino

 

Questo legame al territorio viene, per primo, codificato in Francia con la legge “Capus” del 30 luglio 1935 ripresa assieme alla restante regolamentazione francese sull’ organizzazione del mercato del vino, quando, all’indomani del Trattato di Roma (25 marzo 1957) origine dell’attuale Unione Europea, si definiscono, a seguito anche della Conferenza di Stresa del 1958, i criteri per la politica agricola comune (PAC).

Si norma di conseguenza l’organizzazione comune di mercato (OCM) del vino e si introducono i “Vini a Denominazione di Origine”, gettando le basi per una loro regolamentazione europea Reg (CE) n 24/62.

Foto1Le direttive comunitarie sui vini di qualità vengono recepite dal nostro paese un anno dopo, nel 1963.

Il tema della difesa dei vini tipici e di qualità era già stato affrontato in Italia con la legge del 10 luglio 1930 n 1164 e successivamente con la legge 1266/37, di fatto però mai applicate.

Sulla scorta della nascente CEE si varò il DPR n 930 del 12 luglio 1963 realizzato per classificare i vini secondo criteri di qualità, con l’intento principale tuttavia non di tutelare la tipicità, ma di contenere la diffusa sofisticazione.

La prima normativa europea a certificare i VQPRD (Vini di Qualità Prodotti in Regioni Determinate) è stato il Reg 817/70 a cui si adeguò la precedente legislazione nazionale, mantenendo tuttavia le definizioni da questa introdotte ( DOCG,DOC,IGT).

La 930/63 venne modificata dalla legge 164/92 che introduce importanti novità tra cui la piramide della qualità e il concetto di ricaduta tra zone ad ampiezza diversa (coesistenza di più DO e IG nello stesso territorio, gestione dei superi, scelta vendemmiale) nonché l’identificazione di sottozone o menzioni tradizionali.

Tale normativa ebbe il merito di sottolineare il legame tra il vino, l’ambiente naturale e l’uomo viticoltore e vinificatore. La più recente normativa europea in proposito è rappresentata dal Reg Ue 1308/2013 e dalla legge quadro nazionale per il settore vitivinicolo Legge 12 dicembre 2016, n. 238.

La difesa della tipicità, pilastro della politica europea, chiede giustamente che questa venga documentata e sia percepibile dal consumatore. Questa tipicità è all’origine di plusvalenze che si consolidano nella proprietà immateriale identificabile nel marchio collettivo e goodwill (8)

A partire dal 1963 i vini trovano nelle DO codifica dei termini “locale, leale e costante”, base e difesa del loro valore in un mercato sempre più competitivo e strutturato.

Foto2Va precisato che il concetto di tipicità non deve intendersi come immutabile nel tempo (sinonimo di antico) perché esprime il territorio naturale da cui derivano le uve, ma è relativo anche all’intervento antropico che ne adatta la trasformazione delle uve in vino al mutare del gusto, salvaguardando però le sensazioni legate al territorio (ambiente, cultura, cibo ecc..) e non al vitigno.

Da qui la profonda distinzione dai vini varietali. Ogni azienda interpreta a suo modo tale concetto per questo le DO convivono con i marchi aziendali creando sinergie di brand.

Un marchio aziendale senza territorio è zoppo, un territorio senza marchio è cieco”. Lamberto Frescobaldi (9)

Nell’universo delle Denominazioni di Origine (DO) alcune conducono un’esistenza “eterea” sia per l’abbandono della viticoltura sia perché non rivendicate dai produttori; gli esempi sono numerosi ad iniziare con le DO Aprilia, Botticino, Bianco Capena …. e qualche volta, con DO che appaiono e scompaiono, come in un fenomeno carsico, senza lasciare traccia nella memoria.

Altre sono note esclusivamente nelle loro Regioni d’origine (10). Tale fenomeno è dovuto essenzialmente al fatto che gli enti territoriali (Comuni, Province e Regioni) e i loro rappresentanti politici hanno sfruttato la normativa di settore ( DPR 930/63) per creare sempre nuove denominazioni al solo fine di vantaggio elettorale ( dimostrazione di attenzione al settore primario), visto che le denominazioni si creavano con poca spesa e venivano gabellate come uno strumento per aumentare il valore dei vini. 

Per le IG invece la loro creazione era voluta principalmente dalle cantine con lo scopo preminente di utilizzare il nome di vitigno, più facile da proporre sul mercato rispetto alla denominazione geografica.

La recente normativa europea impone che siano evidenziati nel disciplinare i legami con l’ambiente (naturali, storici, umani e le loro interazioni causali con la qualità tutelata). I fenomeni deteriori prima citati non sono del tutto scomparsi; è evidente comunque che solo il giudizio del consumatore (successo commerciale del vino) è arbitro finale di riconoscibilità della denominazione.

Le DO che si sono consolidate nel tempo, con una presenza forte e costante nel mercato, hanno ampliato lo spazio commerciale; processo tuttora in corso per le tipologie di vini che si prestano ai nuovi stili di vita: il Prosecco ne è esempio.

Per quanto detto sopra i disciplinari non sono immutabili, ma soggetti ad aggiornamenti per adeguare le normative alle dinamiche di mercato.

(8) Letteralmente, atto di buona volontà. Sta a significare l'immagine positiva di un'azienda costruita attraverso un lungo periodo di corretta gestione e fornendo prodotti o servizi qualitativamente elevati.

(9) Intervento alla tavola rotonda Expo 2015. Corriere Vinicolo n°24, 27 luglio 2015.

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