Evoluzione delle DO italiane

GIANFRANCO TEMPESTA
MONICA FIORILO - MAURO CATENA

piemonte

PIEMONTE

Il Piemonte è la regione che si caratterizza maggiormente per la presenza di varie denominazioni che coprono l’80% della produzione (vino atto) ripartite tra quattro macroaree omogenee per caratteri vitivinicoli: l’Astigiano con 4 DO su 14, caratterizzato da vini aromatici, le Langhe con 7 DO su 14, dominate da Nebbiolo n. e Dolcetto n., il Monferrato con 3 DO su 13 dominato da Barbera n., Cortese b.  e Grignolino n., e le aree a nord con 3 DO su 18, meno conosciute al grande pubblico, caratterizzate da Nebbiolo n., Barbera n. ed Erbaluce b.

In questa regione si trovano importanti DOCG riconosciute a livello mondiale quali Barolo e Barbaresco, bandiere delle eccellenze dei vini italiani che confermano la preminenza del Nebbiolo n. tra i grandi vitigni regionali.

A queste “punte di diamante” si accompagna l’eterno, conosciutissimo e sempre giovane Moscato d’Asti in continua regressione della domanda che sconta la crisi dei vini aromatici di qualità sul mercato internazionale, inflazionato di produzioni mediocri a basso prezzo.

Altri grandi vini aromatici rossi (Brachetto n., Malvasia di Casorzo n.) di eccezionale qualità, pagano la scarsa propensione mondiale al consumo di spumanti rossi.

In sofferenza le DO a base di Barbera n., soprattutto nell’area del Monferrato e del Tortonese, vitigno a bacca nera diffusissimo a livello nazionale, che è nel contempo causa ed effetto dell’abbandono di vaste aree vitate.

In difficoltà è anche il Dolcetto n., al di fuori dell’Albese, per un difficile riconoscimento del mercato.

La piccola area del Roero, presidiata dal vitigno bianco Arneis b., si sta affermando; l’altro autoctono, sempre a bacca bianca, il Cortese b. ha raggiunto posizioni di eccellenza nell’area a DO del Gavi.

Il sistema cooperativo in regione non è stato in grado di trovare una giusta integrazione con imprese private di grandi dimensioni rivolte al mercato e spesso ne è succube per quanto concerne le basi atte spumante, nonostante la definizione annuale di accordi interprofessionali. Per questo non ha rappresentato un volano di crescita per la viticoltura regionale.

In compenso si sono sviluppate, in aggiunta alle tradizionali imprese spumantistiche, imprese di imbottigliatori che confezionano vino di varie regioni con un’attenzione più rivolta al prezzo che alla qualità o alle denominazioni. Ciò ha influito nel calo delle superfici a DO che dal 2.000 al 2016 si sono ridotte di 9.000 ha.

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